lunedì 16 maggio 2011

Dove lavora papà

Ecco la mia "versione b" dell'esercizio sugli stati d'animo descritto in questo post.

Dove lavora papà

Il turno di chiusura toccava a lui quella settimana. Non l’aveva mai fatto volentieri, ma tutto sommato quella volta non gli dispiaceva così tanto. Tra l’altro, ripensandoci, erano in otto, uno a settimana, quindi questa era l’ultimo turno prima di diventare padre.
Spense prima le luci dell’ufficio, piccolo e disordinato. Certo che il titolare era un mago nell’accatastare robaccia senza buttare mai via niente. Sulla scrivania ad esempio, tre scatolette piene stracolme di clips metalliche, che nemmeno servivano perché i fogli delle pratiche venivano uniti con la pinzatrice. Ci avrebbe fatto giocare suo figlio quando sarebbe venuto a trovarlo. O sua figlia?
E’ che Anna non aveva voluto sapere se era maschio o femmina. Preferiva la sorpresa, così aveva detto più volte. Lui invece avrebbe voluto saperlo, ma aveva lasciato che decidesse lei, dopotutto toccava a lei la parte più difficile.

Ti porto a vedere dove lavora papà.
Guarda, queste le possiamo collegare insieme e fare una catena lunga lunga. Oppure le mettiamo sul tavolo e facciamo delle forme di animali. Incredibile quante cose si possono fare con le clips!
Dietro la scrivania, un calendario appeso storto era ancora fermo al mese precedente. Staccò la pagina e poi lo raddrizzò con due mani. A casa loro il calendario non aveva più uno spazio libero. Pieno di scritte e cerchietti, rossi, giorni buoni. Le analisi, cerchietti blu. Ci avevano messo davvero un sacco prima di riuscirci.

Nel salone le auto sembravano in attesa. Parcheggiate belle larghe a raggiera. Al centro la regina, l’auto di punta della serie, quella che avrebbe vinto come auto dell’anno. Nera lunga lucida. Un design accattivante per i giovani, ricca di accessori per solleticare anche le persone mature. Ammortizzatori super e rumorosità nulla per un ottimo confort dell’abitacolo. Tremendamente bella.
A guardarla dal davanti i fari sembravano due occhi ovali, truccati all’insù. Con la griglia del radiatore sorrideva sorniona, consapevole del proprio fascino. Avrebbe giocato a riconoscere le macchine con suo figlio. Quella sarebbe stata la regina. La principessa quella accanto, musetto arrotondato e bocca larga e sottile. E quella? Corpo corto, orecchie piccole, senza naso, era la cuginetta minore. A quella non si accende un faro, la chiameremo Orbis.
E se fosse stata una figlia? Comunque anche alle femmine piacciono le macchine.

Andò in bagno. Certo che doveva dirglielo di nuovo al titolare che era da sistemare un po’, metti che abbia bisogno di andarci qualche cliente. O mio figlio deve fare la pipì. La turca era arancione di calcare, macchiata dalle gocce dello scarico che perdeva da anni. Si sciacquò le mani senza sapone: era finito. Bisognava fare qualcosa.
Lo specchio di fronte era da cambiare, tutto arrugginito, all’Ikea con venti euro te ne tirano dietro di belli. Almeno quello! Doveva proprio ricordarglielo, a forza di ripeterglielo l’avrebbe spuntata. Quando ne va dell’immagine del concessionario…
Incrociò il suo sguardo nel riflesso. Chissà se avrebbe assomigliato a lui. Speriamo non prenda il naso largo; gli occhi sì però.

Quando fu tutto spento, tirò giù la serranda esterna; mancava solo più l’antifurto. Si voltò ancora un attimo a guardare la macchina regina circondata dalle cortigiane.
Buio. Non c’erano rumori.
L’avrebbe portato una volta alla chiusura.
Le auto immobili pronte per essere vendute. Per un bambino sarebbe stato una pacchia sgambettare tra i paraurti luccicanti.
Le clips nelle scatole ammucchiate pronte per diventare un’attrazione irresistibile.
Il calendario da raddrizzare, le pratiche accumulate nei raccoglitori.
Lo specchio del bagno, pronto per essere sostituito su una parete imbiancata a nuovo.
Silenzio.
Forse è proprio così che deve essere l’attesa, un lungo silenzio di oggetti che trepidano.

Si alzò e inserì l’antifurto. Con l’indice schiacciò il codice sui tasti, piccoli bottoncini quadrati, soffici al tatto. I bip gli ricordarono che doveva prendere il pane tornando a casa. Sua moglie e suo figlio – o figlia? – lo stavano aspettando.

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