Al tatto se ne prendo uno è piccolo e ruvido, i bordi frastagliati. Lo passo tra pollice e indice e sento tutte le gobbette bitorzolute. E’ rigido ma se aumento la pressione lo schiaccio, partendo proprio da una gobbetta che si sbriciola.
Lo assaggio. Lo adagio sul palato, lo capovolgo spingendo con la lingua sulla concavità di cui le mie dita e il mio occhi non si erano accorti. Mi gratta il palato con le bollicine croccanti. Se spingo più forte la lingua nella concavità si spezza e le due parti prendono strade diverse: una verso i molari di destra e una verso quelli di sinistra. Provo a prenderne un ciuffetto perché la quantità mi da più soddisfazione. Un ammasso di spigoli ruvidi viene tranciato con uno schianto. Un rumore assordante nel suo piccolo, mi spaventerei se non provenisse da dentro di me. Mangiano anche le orecchie, frantumano a ritmo lento finché il fragore si smorza in un cigolio. E’ a quel punto che la lingua può spingere giù nel tubo tutto il composto.
Il croccante lascia un retrogusto vagamente dolce. Non è il dolce liscio dello zucchero e nemmeno quello persistente del miele, è un dolce meno deciso e più distribuito. Non è il gusto farinoso come quello dei frollini o spugnoso come le fette biscottate. E’ un sapore semplice, ruvido, non lo definirei raffinato. Un sapore "proletario", mi verrebbe da dire.
«Ma perché non li mangi con il latte o con lo yogurt come fanno tutti?»
«Mi piacciono così i corn flakes, mamma, senza niente!»
Questo testo è nato come esercizio di descrizione durante il laboratorio "Quando sarò morto..." presso la biblioteca Villa Amoretti. La scelta era tra descrivere il suono della caffettiera, un gusto oppure un profumo. Tra l'altro sul blog del laboratorio vi suggerisco di leggere anche "L'ultimo trascendente affronto di Clarissa" del mio compagno di corso Fabio: ha trovato un modo originale per descrivere i rumori!
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